IL FEDELISSIMO DEL CCCP

 – Una formalità o una questione di qualità –

(CCCP, “Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi del raggiungimento della maggiore età”)

Oltre vent’anni or sono, quando iniziai ad arrampicare, circolavano misere informazioni orali tramandate, che davano scarne informazioni sui luoghi di scalata della nostra zona (falesie del Grappa e del canale del Brenta)  oppure fogli scritti a penna tali da consentirci di definire questo stile di divulgazione (quasi) apocrifo. Le falesie erano peraltro poche rispetto a quelle odierne ed i chiodatori (nonché i frequentatori, che spesso coincidevano) erano ruvidi, tosti ed arcigni, sovente sfuggenti: gente dalla quale mi tenevo alla larga, figuriamoci poi a chiedere loro informazioni!

Fu così che dovetti armarmi di pazienza e buona volontà, per poter togliermi dalla noia dei soliti tiri e dell’unica falesia consentita ai “caiani”: la Valle Santa Felicita.

La copertina della guida alle “falesie del Grappa”

La strategia fu, a dire il vero, abbastanza semplice ed anche baciata dalla buona sorte. In primis lasciai il CAI e poi, dato che avevo bisogno di un po’ di materiale nuovo per scalare, mi recai ad effettuare acquisti dal buon Davide. Entrato nel negozio cosa ti trovo sopra al bancone? Nooooo!!! Una “guida” di arrampicata “falesie del Grappa”. Mi brillarono gli occhi. Non guardai nemmeno il prezzo e gli dissi di darmene una copia, dimenticando che mi ero recato presso di lui per comprare del materiale nuovo. Sgusciai fuori dal negozio e puntai l’auto in direzione Nord. La guida era un fantastico ed essenziale surrogato arrampicatorio underground, composto da due anelli di lamiera di pessima qualità che tenevano assieme una ventina di pagine fotocopiate contenute all’interno di piccoli fogli trasparenti di dimensioni circa 10×15.

Costalunga partenza del tiro “I fedelissimi del CCCP”

La Curva, Palù, Costalunga, CampoSolagna, Colmirano, San Liberale, un mondo nuovo a mia disposizione. Nessuna copertina se non uno schizzo del Massiccio del Grappa fatto a mano libera, i nomi degli autori (il famigerato CCCP con l’aggiunta di Gianluca Bellin e di Emanuele Pellizzari) ed una pubblicità illeggibile in basso a destra. Ogni pagina una falesia e miseri dati per raggiungerla. Nessuna foto, nessuno schizzo, nessuna storia, nessuna introduzione di sapientoni vari. Solo un elenco di nomi e gradi. La prima volta che la lasciai al sole le pagine si incollarono ai contenitori di plastica e divennero un tutt’uno, ma a me poco importava. La guida trasudava socialismo nella sua essenza minimalista: niente case editrici, copyright assente, distribuzione in stile carbonaro per passaparola o conoscenza, sembrava non avere nemmeno scopo divulgativo: diciamo che mi ero fatto l’idea che la sua pubblicazione, se di pubblicazione possiamo parlare, avesse l’intento di racimolare qualche euro tra gli amici che già frequentavano i luoghi per dare sfogo alla ricerca di altri terrritori arrampicabili. Nulla di cui eccepire. Anzi l’intento era altissimo.

Val Frenzela – appena passato il chiave di “Bananita”

Rimane il fatto concreto che, anche la guida ufficiale che uscì molti anni dopo, non fu per me così preziosa come quella che ancora mi trovo a rigirare tra le mani. Non so esattamente perché, ma è così. Nuove falesie si sono aggiunte: Gusela, Val Frenzela, Playa Ghiron, Foza, Marcesina, Havana, Incino, e altre di nuovissime sono sorte: Farmacia, Grotta, Campolongo,  Godeluna mentre barbe e capelli degli esploratori della prima guardia si sono ingrigite, lasciando spazio ad una nuova generazione di giovani, più attenta alle esigenze dei frequentatori e all’imprinting commerciale del mondo verticale e meno restia alla divulgazione. Forse per questo rimango un nostalgico dei fedelissimi del CCCP.   

Pasqua con il lupo

Da giorni non faccio che incontrare quegli occhi. Mi accompagna sempre quello sguardo, incurante dei miei pensieri reali del momento o del luogo dove mi trovo. Se anche sono trascorsi quasi 20 giorni, quando la mente è libera, mi imbatto in quel cadavere enorme completamente sventrato. Quasi sento gli ululati del branco e lo vedo chino a banchettare.         Prima, appena iniziai la salita quella spettacolare coppia di cervi era scappata lassù nel bosco, impaurita dalla mia presenza in quell’alba grigia e nevosa. Celati tra gli abeti ed i larici la schiera di occhi gialli come il fuoco, ma gelidi e penetranti avevano già progettato tutto: i cervi non sapevano che non ero io il pericolo. Poi, improvvisamente, dopo aver battuto traccia con gli sci nella neve fresca per oltre mezz’ora, una serie di impronte talmente fitta da essere irriconoscibili. Non il solito camoscio o la lepre di turno. Ascoltai il silenzio glaciale intorno mentre qualche fiocco riempiva l’aria. Un brivido mi attraversò la schiena madida di sudore per la fatica. Ebbi la percezione di essere osservato. Uno sguardo astuto, scrutatore, un timore ancestrale mi pervase. Mi fermai. Pensai, ma forse in mezzo alla natura più che pensare bisogna lasciare agire i sensi. E allora guardai. Lasciai che lo sguardo aprisse l’orizzonte oltre alla punta degli sci e, nel candore della neve, una piccola pozza di sangue alimentata da un rivolo che scendeva da un piccolo pianoro un metro sopra. Affannato salii sul pianoro e mi imbattei nel cadavere sventrato del cervo. Sconcerto. Silenzio. Stupore. Nemmeno il tempo di un’A. Non so perché ma alzai la testa e vedi LUI. Straordinario. Imperscrutabile dietro ai suoi occhi gialli, ricoperto dal pelo folto e grigio, il muso ancora imbrattato di sangue e neve. Fu come un lampo che nella notte nera illumina il paesaggio per poi farlo cadere nuovamente nell’oscurità. Un momento che non dimenticherò mai. L’incontro tra l’uomo e il lupo non si può spiegare. E’ il cacciatore che incontra la preda senza sapere a chi spetterà il ruolo di attaccare e a chi quello di fuggire.  

Punti di vista: montagne di oggi montagne di ieri

Freddo cane stamattina. Al solo pensiero di spegnere l’auto e calzare gli scarponi da sci mi viene voglia di andarmi a nascondere in un bar, farmi consegnare 2 brioches ed un cappuccino bollente…. ma so che questo mi priverebbe di una stupenda giornata in montagna. Due misere dita di neve, poi nel bosco il nulla. Tolgo gli sci e con passo rapido, cercando di evitare il ghiaccio, salgo silenzioso, mentre il sangue inizia ad irrorare per bene il corpo e a scaldare il motore.

Mauro Furini – Il fragore di un istante –

Accidenti al nemico ed al capitano. Guarda te se un plotone di poche unità deve, in pieno inverno, perlustrare queste valli remote per andare in avanscoperta. Saranno 15 gradi sottozero e noi prima dell’alba dobbiamo lasciare il nostro giaciglio ed il fuoco. Solo tracce di lepri e volpi e poi questi scarponi di cartone che, solo a guardare la neve, diventano di marmo.

Finalmente la neve, calzo gli sci, impugno le racchette ed inizio a battere traccia. Mi alzo veloce mentre il sole inizia la sua opera di diffusione di luce e calore e gli sbuffi del fiato si materializzano in una nebbia fitta dinnanzi al mio viso. Scorgo già la malga lassù, ed in breve, seguendo le impronte di un qualche indefinito animale arrivo nei suoi pressi.

Tratto dalla locandina della mostra “Paolo Monelli”

Dobbiamo procedere con circospezione, le imboscate sono all’ordine del giorno e non vorrei mai finire i miei giorni in mezzo ad un bosco colpito durante una perlustrazione. Sgrido i miei compagni che ad ogni scivolone imprecano e gridano. Dobbiamo essere silenziosi! Già, silenziosi, ma come si fa quando il gelo ti fa battere i denti come delle nacchere argentine. Proseguiamo mentre il manto di neve inizia a diventare consistente. Ad una radura scorgiamo un manufatto, forse una casara. Non esce fumo dal camino, sarà stata abbandonata prima che inizi guerra. Saliamo lassù affondando nella neve fino alla cintola. Siamo fradici e infreddoliti e, appena arrivati, apriamo la porta per vedere se troviamo qualcosa di interessante. Nulla nè cibo, nè alcool. Di accendere il fuoco non se ne parla nemmeno. Se il nemico lo vedesse si insospettirebbe.

Pensare di farlo cent’anni fa, senza alcuna attrezzatura……

Alzo un po’ il tacco dello sci, tolgo la giacca a vento mentre il vallone che conduce alla forcella si fa ripido. Mi è sempre piaciuto essere il primo e lasciare la mia traccia sulla neve. Mi da una sensazione di scoperta e di gioia. E’ poi meraviglioso vedere, mentre si sale, l’orizzonte al di là della forcella che si apre e concretizza la tua curiosità mostrandoti “l’altra parte” di mondo e sentire il vento che ti sferza il viso quando la raggiungi, mentre vieni inondato dal sole che già invade il lato opposto del vallone.

Ora la situazione diventa, se possibile, ancora più difficile. Non solo il pericolo della morte bianca, la pista da battere, ora siamo anche allo scoperto. Nessun albero in vista, solo neve candida ed il solito freddo che attanaglia i muscoli e le ossa. I pantaloni sembrano di cemento e le barbe dei miei amici sono candelotti di ghiaccio. Certo essere vestiti di scuro non aiuta a mimetizzarsi nell’inverno montano, certo i fucili ed il mitragliatore non agevolano il procedere veloce in un metro abbondante di neve. Ma gli ordini sono questi e dobbiamo raggiungere la forcella dinnanzi a noi e la cima alla sua destra. Ha detto il capitano che è un avamposto di enorme importanza strategica e che noi siamo gli apripista. E allora avanti. Malgrado tutto, forza ragazzi avanti!

Dalla forcella ancora duecento metri di dislivello e poi tolgo gli sci. La cima si erge splendida davanti a me. Roccia e neve, una piramide, canalini ripidi alternati a brevi passaggi di secondo grado, il freddo del mattino è oramai un ricordo e prevale l’euforico stato che solo la cima riesce a generare. Pochi passi ancora e la calco. Una cima bellissima, senza croce nè elementi che richiamino la presenza dell’uomo, stretta, appuntita, centrale con un panorama infinito. Un goccio di tè, un biscotto…..

La fatica si mescola alla paura e devo più volte rincuorare e incitare gli sparuti uomini del mio plotone. La neve da farinosa diventa crostosa e pare reggere il peso per poi farti sprofondare improvvisamente. Bestemmie ed imprecazioni. Il procedere è lento, macchinoso, si contano i passi e si spera che non cadano valanghe provocate dal nostro stesso peso. Due passi avanti ed uno indietro, pensando che anche questo avrà fine, anche la guerra finirà e potremo starcene al caldo…. l’incedere diventa un’odissea ma la forcella si percepisce lì, ad un passo da noi. Ordino ai miei compagni di fermarsi, non sapendo cosa ci aspetta lassù. La neve, ora durissima, si scalfisce appena con le piccozze di legno e cerco i sassi affioranti per poter procedere. Quassù non c’è nulla. Solo sassi e montagne a perdita d’occhio. Mi raggiungono gli uomini del plotone. Tre di loro si fermano in forcella ed erigono un piccolo riparo dal vento con le pietre e nascondono la mitragliatrice per i commilitoni ai quali abbiamo aperto la strada. Io ed un altro compagno saliamo faticosamente e non senza rischi fino in cima. Siamo stremati. Alloggiamo alla buona la bandiera. Nulla da mangiare nè da bere. L’acqua si è ghiacciata sulle borracce e non vediamo l’ora di scendere a valle.

Finalmente calzo gli sci in versione discesa e, curva dopo curva su una neve da sogno, torno alla malga, voltandomi a guardare i ricami lasciati nella neve. Tornare poi al sentiero ed infine all’auto è pura routine. Sono soddisfatto della fantastica giornata trascorsa in montagna.

foto tratta dalla locandina di “Fiemme nella prima guerra mondiale”

Più che una discesa la nostra è una corsa contro il buio e contro il gelo che, se ci sorprendesse fuori, nelle condizioni in cui siamo, trasformerebbe la discesa nella nostra tomba. Rotoliamo e ci lasciamo cadere sfiniti prima giù per il pendio e poi nel vallone che ci porta, tra enormi fatiche, fino al sentiero che con il buio di una notte senza luna ci permette di rientrare alle cascine. Oramai è notte, ma almeno qui riusciamo ad accenderci un fuoco, sgelare l’acqua e riscaldarci. Siamo vivi.

L’idea del racconto è nata durante i miei solitari pellegrinaggi con gli sci nei Lagorai dove non potevo non pensare a quanto accaduto in questi luoghi cent’anni or sono, e dalla lettura di questo breve resoconto di  guerra in Val Campelle:

http://www.valcampelle.com/home/percorsi-della-memoria/

e di questo lungo scritto reperito nel web:

http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Una%20sentinella%20austriaca%20sui%20Lagorai.pdf

Metodo del campione del mondo by DINO LAGNI

Sull’onda del successo avuto riportando in auge, qualche tempo fa, il famoso “metodo Andrada” http://spazivuoti.altervista.org/programma-di-allenamento-al-trave-per-la-resistenza-daniel-andrada/ , vi vorrei proporre quanto ritrovato nel web in merito ad un’altra metodologia di allenamento adatta per chi si vuole lanciare nel mondo della ghisa ma ha poco tempo disponibile: potremmo chiamarlo “Metodo Dino” o meglio “metodo del campione del mondo” da come noi definiamo orgogliosamente il nostro amico.  http://www.planetmountain.com/it/notizie/interviste/dino-lagni-arrampicare-da-world-champion.html

Tale metodologia di allenamento scinde una sessione dedicata alla forza da una dedicata alla resistenza, cosicchè potrete ogni sera sfogarvi e dedicare mezz’oretta di tempo al Vostro secondo lavoro: la produzione di ghisa. Il sistema ben si addice a chi, oltre a disporre di esigue quantità di tempo, non è dotato nemmeno di particolari attrezzature, se non una piccola trave o qualche lista attaccata allo stipite di una porta.

Vi fornisco solo alcune raccomandazioni: 1) Occhio ai gomiti, come sempre 2) fate un buon riscaldamento prima e se vi infortunate facendo gli esercizi sono problemi vostri, vi avevo avvertito di stare attenti! 3) Se vi sembra troppo “easy” potete sempre crearvi voi nuove combinazioni 4) Il funzionamento degli allenamenti dipende sempre dalla Vostra volontà di sacrificio

Bene, adesso è il momento di iniziare, alzate il volume della musica a palla e “dai deso”!

Tabella di resistenza:

a) 2 minuti di riscaldamento (aprire e chiudere le mani velocemente, saltelli, roteare le braccia…)

b) Sul trave, sullo stipite di una porta (arrotondato con della carta vetrata), su una sbarra ecc..: fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
che sintetizzato in una formula sarebbe 50%x4 3′ recupero

c) …poi sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero

che sintetizzato in una formula sarebbe 80%x4 2′ recupero

Tabella di forza:

a) 2 minuti di riscaldamento (aprire e chiudere le mani velocemente, saltelli, roteare le braccia…)

b) Sul trave, sullo stipite di una porta (arrotondato con della carta vetrata), su una sbarra ecc..: 25% del massimo delle trazioni che riuscite a fare
2′ recupero
25% del massimo delle trazioni che riuscite a fare
2′ recupero
…in formula 25%x2 2′ recupero

c) Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso ) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso ) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
… in formula 100% per braccio x3 3′ recupero

d) Sempre con un braccio e aiutandovi con scopa, dosate la pressione sulla scopa per resistere al massimo 10” sospendendo sulla presa, cambiate subito braccio e sospendete altri 10” poi 1′ di recupero

10” per braccio x10 1′ recupero

covolo – Balla coi lupi –

Non preoccupatevi se le vostre prestazioni durante l’allenamento caleranno, è perfettamente normale e necessario per progredire, se poi qualche giorno vi sentiste particolarmente tonici, riprovate i vostri massimali: il massimo delle trazioni e il massimo tempo di sospensione e segnatele nella vostra agenda per poterle analizzare a distanza di tempo.

Molto importante è variare le prese su cui eseguire gli esercizi, se avete un trave usate sia svasi che tacche e queste ultime usatele sia con il pollice che senza. Chiaramente per ogni presa e per ogni modo in cui viene usata ( con pollice o senza, tenendo le dita distese o arcuate ) deve prima essere calcolato il massimale di trazioni e di sospensione da applicare poi alle tabelle. Sarebbe buona norma variare il tipo di prese anche all’interno di uno stesso esercizio.

Un’ultima cosa, non usate prese particolarmente piccole e non tentate di rimanere appesi a dita distese sfruttando le ultime falangi incastrate sul bordo, è facile farsi male e vanificare mesi di allenamento !!!!

That’all folks!!

Lagni Dino (atleta del A.S. “El Maneton” http://www.elmaneton.com/_v5/default.php )

L’ignaro precursore del “Nuovo mattino”

Mi piace molto leggere. Qualsiasi tipo di letture, qualunque genere letterario, di qualsiasi levatura. Scartabellando tra le varie foggie di libri della mia biblioteca mi imbatto in questo bellissimo brano di Carlo Emilio Gadda che parla di Alpinismo. Mai avrei pensato di scoprire il precursore di una tendenza che cambierà per sempre il modo di “fare alpinismo”. Gaddda è famoso, al grande pubblico, soprattutto per il libro ” Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, per la sua capacità di calarsi a parlare della gente comune con il linguaggio proprio della gente comune.

Per quanto riguarda questo breve esercizio di scrittura, trovo alcune annotazioni veramente sarcastiche e premonitrici di quel successivo movimento che si chiamerà “Nuovo mattino”. Molte infatti sono le analogie con il celebre scritto di Paolo Masa intitolato “neo alpinista” ed uscito nel “Lo scarpone” del 1979.

Alla ricerca della via – Signal – Monte Rosa

L’alpinismo è oggi il libero esercizio, direi il volontariato, d’un insieme di elevate facoltà fisiche e psichiche. Uno spirito di indagine eroica, un desiderio di liberazione dall’opportunità mediocre del giorno, una evasione verso la pura energia: e, insieme, l’insegnamento della realtà, la pratica, la grammatica. L’alpinista, al mattino, parte da una verità scheggiata del monte per arrivare a liberarsi del comfort. Egli cerca, egli inventa i suoi pericolosi itinerari, li ritrova di continuo sulla parete o sul ghiacciaio con laboriosa fiducia, con la paziente e impavida risolutezza dell’anima, con la destrezza dell’erudito polpastrello: avendo sotto di sé in ogni istante la spalancata bocca di un mostro, cioè il campo gravitazionale che vorrebbe inghiottirlo, succhiarlo in profondo. È la chiamata dell’abisso. La sua compattezza fisica, la sua consapevolezza, il discernimento, il chiaro volere, resistono alla vertigine che è il retaggio dei nervosi, dei preoccupati. Le fatiche alpinistiche e le visioni immense delle Alpi si sono oggi «organizzate» in associazioni di uomini, in corporazioni di mestiere: libero e disinteressato, il lento tirocinio si tramuta oggi in un tecnicismo provetto. Un siffatto mestiere ha il suo solo compenso nell’orgoglio, nel superamento dell’ostacolo: e in un grande sogno di paese. L’oscuro mugliare del fiume, nella valle, e, ad alto, le vette già emerse nel sole; il sentiero, itinerante nel monte; la selva, l’affocato ghiaieto, lo strapiombo, il bianco splendore o le lividure azzurre del ghiacciaio. La mutazione repentina di veduta da luce ad ombra, da un versante all’altro. I provetti, i maestri, disdegnano queste romanticherie; come in ogni impegno profondo, il gusto del mestiere, la passione dell’arte, le questioni tecniche, la pratica, vincono il richiamo stesso della finalità. Il fine non è nulla, i mezzi e la disciplina sono tutto. L’importante è aver eseguito la scalata, quello che di lassù ho veduto non conta. Neppure l’ho veduto. De Saussure, Humboldt! Dei romanticoni a passeggio! Ciò non toglie tuttavia che potenti affetti colleghino al monte e al paesaggio l’alpinista, l’alpino [Carlo Emilio Gadda, L’alpinismo, in Aa.Vv., Giucchi e Sports, Torino, ERI, s.d. (ma 1951)]”.

I primi tiri sulla Ovest – Via Cassin

Consentitemi una breve riflessione. Cinquantasei anni dopo, il cambiamento dei tempi e la trasformazione radicale dell’attività verticale, fanno pensare a sostanziali mutamenti negli atteggiamenti, tuttavia mi stupisco come per molti permanga ancora quel senso di superiorità da parte degli alpinisti/arrampicatori nei confronti “degli altri”. Quasi una sorta di superomismo dannunziano. Sarà, ma, per quanto mi riguarda, mi considero solo un fortunato che ha potuto scegliere di cercare la propria libertà tra gli spazi verticali.

UN VOLO IN VALSUGANA (tratto dal sito www.intraisass.it)

Mi piace portare alla vostra attenzione questo stupendo articolo di “vita vissuta” raccontata da uno degli alpinisti più noti, nonché maggiori conoscitori, degli anfratti rocciosi della Valsugana: Mauro Moretto. Mi sarebbe piaciuto intitolarla “Avventura sull’Eiger della Valsugana” ma ho ritenuto tener fede a chi per primo ha pubblicato l’articolo.

La corda, il nostro paracadute

Rovistando mentalmente le varie esperienze alpinistiche vissute in 25 anni di attività emerge prepotentemente un fatto di cui sono stato spettatore passivo, ma che ancora oggi ricordo con grande lucidità, e che ogni tanto mi piace raccontarlo agli amici con l’intento di farli riflettere sulla dinamica avvenuta, affinché possano trarne un insegnamento utile. Forse ciò che ho visto allora ha segnato il mio modo di andare in montagna.

Prima di entrare nel vivo dell’accaduto in quel sabato del 1982 apro una parentesi conoscitiva del luogo dove avvenne questa incredibile vicenda. La Valsugana, cioè quel solco vallivo che unisce Bassano del Grappa a Trento, divide all’inizio del suo percorso verso nord due massicci sedimentari. A sinistra l’Altipiano di Asiago e a destra il Monte Grappa. Entrando in essa da Bassano, dopo aver passato le località di Carpanè-Valstagna, la valle piega ad oriente e, tenendo gli occhi puntati in alto a sinistra del verso di marcia, si nota un imponente bastionata rocciosa multicolore posta sopra un basamento di pendii erbosi molto scoscesi e tormentati da numerose vallecole e solchi che nel fondovalle danno spazio a tipiche margiere, ovvero terrazzamenti agricoli costruiti dall’uomo e sfruttati in tempi passati per il sostentamento dei valligiani. La cima situata sopra questa fascia verticale, ma non visibile da sotto, è chiamata Sasso Rosso. Nel 1981 Lorenzo Massarotto, certamente uno degli interpreti più misteriosi dell’arrampicata dolomitica, assieme a Leopoldo Roman mise gli occhi su questa interessante formazione rocciosa alta da 250 ai 300 metri individuando una serie di diedri come linea logica di salita. Per antiche tracce di sentiero si portarono all’attacco previsto, ma le difficoltà, la chiodatura, e il poco tempo a disposizione, fecero slittare alla settimana seguente la realizzazione di questa prima via sulla parete Sud del Sasso Rosso. Il 4 aprile la salita venne completata con lo stile che contraddistingue l’alpinismo di Massarotto da sempre, confronto con leale con l’alpe, e pochissimi chiodi rigorosamente normali. Dalle parole dei due reduci dall’impresa emersero le vere difficoltà dell’ascensione, paragonata al Diedro Mayerl sul Sass d’la Crusc, con di più due grosse incognite, la qualità della roccia e la chiodatura quasi inesistente. Tutto ciò non fece altro che accrescere l’alone di temibilità ma anche di sfida. A questo punto entriamo nella sequenza dei fatti.

Le pareti della Valsugana nulla hanno da invidiare alle Dolomiti. Cordata su C.A.R.A

Come ogni venerdì sera ci trovavamo presso la sede locale del CAI di Bassano a ‘ciacolar’ scambiandoci esperienze, sogni nel cassetto, e a programmare salite con i vari compagni. Nella nostra cerchia alpinistica si era formato un bel gruppetto affiatato di amici. Nell’ascoltare Onofrio restammo stupefatti. Ci raccontò di aver fatto un tentativo in solitaria sulla via di Massarotto al Sasso Rosso (Valsugana Highway) arrivando alla fine del 5° tiro di corda, circa 160 metri di altezza, ma a causa del tempo impiegato per superare questo tratto in autoassicurazione, di luce a disposizione ce ne sarebbe stata troppo poca per uscire dalle difficoltà. A malincuore accettò la sconfitta e fece ritirata, con quattro corde doppie si riportò alla base.

Mezzo chiavistello era stato aperto, bastava aprire l’altra metà, ma non da solo. Cercava un compagno con cui condividere fatiche, dubbi, e speranze. Piero, altro forte arrampicatore del luogo, entusiasmato dal racconto dette la sua disponibilità per un nuovo tentativo previsto già per l’indomani. Nel mio intimo si mescolarono una serie di valutazioni istintive che durante il sonno notturno si trasformarono in sogni spiacevoli mescolati ad incubi. Alla fine del tunnel onirico, con la mente lucida, decisi di dissipare tutti i timori portandomi anch’io sotto la parete come spettatore. Parcheggiai l’auto a San Gaetano e cominciai a risalire la Val Bastion avvolto da molti pensieri cupi che svanirono con il passo regolare della salita. Camminando assaporavo il benessere che dà una bella giornata di primavera, quando l’aria è frizzante. Invece di salire per il fondovalle optai per un costone solare seguendo vecchie tracce di pensiero. L’abbandono era totale e gli steli d’erba secca molto fitti ed alti lo evidenziavano; lungi dall’ostacolarmi essi mi davano un sottile brivido di piacere accarezzandomi i pantaloni. Dopo circa un’ora ero al cospetto della maestosa parete, sull’apice di un pulpito erboso, con una visione superba di tutta la fascia rocciosa antistante.

Cercai di individuare i due amici, erano già alla fine del 4° tiro di corda e Onofrio si stava preparando per affrontare il 5° tiro a lui familiare. Nulla lasciava presagire ciò che sarebbe accaduto poco dopo. Bene! Pensavo tra me ora potrò godermi le fasi di questa ascensione con tutta tranquillità e senza la tensione che comporta una via del genere quando ci sei dentro. Posai lo zaino per terra. Onofrio era salito a circa 10 metri e Piero lo assicurava diligentemente. Sentii il martellare di un chiodo, il mio sguardo era incollato alla parete…

All’improvviso vidi cadere il capocordata, fu come una mano mi entrasse nello stomaco, il mio cuore si fermò per un attimo. In una frazione di secondo il corpo dell’alpinista aveva già percorso 20 metri. Nel silenzio irreale sentii un colpo sordo che proveniva dai polmoni di Onofrio, per un attimo mi sembrò che la corda avesse arrestato il volo. Il chiodo di assicurazione si sfilò immediatamente, la caduta continuò inarrestabile. Quando fu all’altezza della seconda sosta le corde iniziarono a tendersi e, con l’elasticità residua, arrivò quasi a toccare con i piedi una zona rocciosa piuttosto piana. Altri 2 metri e le sue gambe si sarebbero fracassate contro la roccia.

Non riesco ad emettere nessun suono dalla bocca, ma capisco che tutto ciò è finito. Qualcosa ha tenuto nel sistema di assicurazione, sento anche il grido drammatico di Piero che urla al suo compagno. Riesco a farmi riconoscere ma lui ha una paura matta che si sfilino anche i chiodi rimasti. Ad occhio e croce sono oltre 60 metri di caduta verticale. Continuiamo a gridare ma nessuna risposta si fa sentire, i secondi sembrano ore. Dopo un minuto di richiami sentiamo finalmente la sua voce: si scusa per non aver risposto prontamente a causa della mancanza del respiro e afferma di star bene. Rassicuro Piero sulle condizioni di Onofrio visto che i due non si sentono direttamente. Ciononostante la situazione è complicata perché Piero non si può muovere, infatti le corde attaccate al suo imbrago non erano collegato alla sosta con un barcaiolo (nodo di autoassicurazione) ma andavano direttamente giù al protagonista del volo, l’unica cosa che tratteneva Piero sulla cengia era un misero cordino da 5 mm che collegava l’imbrago al chiodo di sosta con un fiffi (gancio che si usa nelle staffe per la tecnica di arrampicata artificiale e del carico massimo di circa 200 Kg).

Pian piano si stava chiarendo la dinamica dell’incidente. Il primo errore lo fece Piero che nel preparare la sosta non collegò tra loro i vari ancoraggi bensì agganciò ad un chiodo il fiffi mentre sull’altro chiodo fece il nodo di assicurazione dinamica (mezzo barcaiolo). Alternandosi alla guida della cordata Onofrio ripartì e poco sopra commise anche lui un grosso errore perché non rinviò le corde sul primo ancoraggio incontrato dopo 9 metri, ma mise solamente la staffa innalzandosi per prendere il chiodo successivo. Non sicuro dell’affidabilità di quest’ultimo, visto che durante il tentativo in solitaria lo aveva piantato a metà, dette alcuni colpi di martello per assestarlo, quindi si agganciò di peso. La fuoriuscita fu immediata ed il volo inevitabile.

Nell’impiccio in cui ora si trovavano esisteva un’unica soluzione, e la doveva attuare Onofrio. Bastava percorrere qualche metro di rocce facili per raggiungere la seconda sosta. Ma per fare ciò era necessario slegarsi dalle corde che lo trattenevano e che immobilizzavano anche il suo compagno 50 metri più in alto. La tensione raggiunse una nuova apice. Con un sospiro di sollievo lo vidi raggiungere la sosta slegato ad 80 metri dal suolo. A questo punto Piero poteva iniziare le manovre per la discesa in corda doppia. Le sue mani erano ustionate a causa del tentativo di trattenere il volo, la discesa fu un calvario, ma alla fine i due erano di nuovo uniti.

Nel ritirare le corde per proseguire la discesa avvenne un altro colpo di scena, si impigliarono! Uno dei due ora doveva risalire con i nodi prusik e Onofrio ancora sotto shock non esitò a ripartire verso l’alto e, dopo aver sistemato il tutto, ridiscese. Finalmente dopo una serie di circostanze sfavorevoli le cose prendevano il verso giusto, e con altre due doppie raggiunsero la base della parete. Io naturalmente ero lì ad aspettarli assieme ad altri amici di Onofrio venuti anche loro per assistere allo ‘spettacolo’, la parte più forte di esso però era già avvenuta. Ad essi non restava altro che immaginare l’accaduto come del resto a chi sta leggendo queste righe. A me invece rimase la registrazione visiva con annessi e connessi di una tragedia mancata. Certamente casi simili a questo sono avvenuti raramente nell’ambito alpinistico. Mi sovviene il caso di Walter Phillipp, il salitore del grande diedro sulla Nordovest del Civetta: anche lui ebbe un volo simile. Ma la cosa che ancor oggi mi lascia stupito furono le lievi conseguenze fisiche che riportarono i miei due amici da un evento potenzialmente così distruttivo. Piero ebbe tutti e due i palmi delle mani ustionati dallo sfregamento delle corde mentre a Onofrio, poi portato in ospedale, venne riscontrata una frattura dell’ultima cartilagine in basso della cassa toracica dovuta ad una delle fibbie dell’imbrago integrale che, messa in tensione dalla frenata momentanea dei primi 20 metri (con fattore di caduta pari a 2! cioè il massimo di potenza di caduta diventò un corpo contundente).

L’Eiger della Vasugana

Nel 1985 feci la terza ripetizione dell’itinerario e passando quei tratti rocciosi dove si svolse il volo, non senza un pizzico di apprensione, mi resi conto della fortuna sfacciata che inconsapevolmente i miei amici portavano con sé. La traiettoria di caduta era l’unica linea sicura priva di ostacoli di sorta, qualche metro a sinistra o indistintamente a destra avrebbe provocato conseguenze molto gravi. Mi auguro che questa testimonianza possa essere un piccolo contributo alla presa di coscienza che tutte la manovre adottate in cordata vanno eseguite correttamente. Di errori purtroppo è pieno il mondo, l’importante è la possibilità che dà il destino di correggerli.

Creste di San Giorgio: davvero ne valeva la pena?

Apro il balcone della camera e, contrariamente alle previsioni, è una giornata spaziale.  Avevo previsto attaccarmi al trave e passare dell’Attack su quel taglio proprio al centro del polpastello dell’indice che, immancabilmente, appena arcuo un po’ si apre in due come una mela. Ne vale la pena? L’aria è quasi tiepida….. ma perché perdere quest’occasione! Infilo i pantaloni da corsa, un k-way dentro allo zaino e mi fiondo verso: già verso dove? Ancora il classico giro Cavallo – Colle Averto? Mah, non so. Urca!! Ecco vado a fare le creste di San Giorgio, saranno vent’anni che non ci torno!

Deciso. Salgo in auto. Supero con distacco Marostica alveare immobiliare inguardabile, poi Bassano caotica piena di studenti omologati dal difficile futuro e traffico monopasseggero. Poi Pove in disparte dalla SS47 ed infine approdo a Solagna. 

Tra luce ombra roccia e arbusti (il vegeto minerale) sull’ultimo risalto della cresta

Pronti via e salgo corricchiando in una decina di minuti fino all’Eremo di San Giorgio contornato da tutte le varie Madonne piangenti e derelitti Cristo in croce. Chissà se Egli si è mai chiesto se ne è valsa la pena….

Continuo nella mia sgranchita di quadricipiti. Ora la stradina lastricata e panchinata, adatta ai moderni pellegrini enogastronomici, diventa un sentiero più erto e doppia il bivio per l’antico sentiero dei “Cavallini”. Alla targa in memoria delle ravanate vegetominerali di Giovanni Zorzi, tralascio il sentiero delle “fanciulle” (così definito negli annuari CAI e non per facile e sciocca ironia verso il sesso debole!) e prendo, più dritto che posso, le varie protuberanze rocciose della cresta. In bilico tra sole ed ombra, scollino due volte prima di prendere il ripido bosco che fa da lasciapassare per raggiungere i 30 metri di cavo che depositano in breve ai prati in prossimità della strada delle Penise. 

Primaverile veduta della Pianura da Campo Solagna

Guardo l’orologio. Le 8,40. Mi godo il sole mentre contemplo la brina che ancora sonnecchia nella penombra. Laggiù la foschia malaticcia invade uno dei luoghi più asfaltati, distrutti inquinati e produttivi del mondo: la Pianura Padana. Ed una domanda mi sorge spontanea, ne valeva davvero la pena?

Mi desta dal pensiero un branco di camosci al limite del bosco. Prendo il sentiero dei Torrioni ed annaspando tra le foglie copiose e sdrucciolevoli, arrivo ginocchioni  fino all’auto. Incrocio un valligiano che mi dice che un branco di una decina di lupi si aggira nella zona e aggiunge divertito:”non preoccuparti, a te per come corri e per quanto magro sei mica gli interessi!” Ridiamo e se ne va.

La natura è un tempio

Poche ore di evasione, tanta fatica ed una domanda:

Davvero ne valeva la pena?

 

L’ABITUDINE UCCIDE

Il bellissimo diedro di accesso della Via Navasa – Rocchetta Alta di Bosconero

Porcaccia #@£%°@#, schifosa]%& e anche ladra @#^?& di quella zç*+ç@# altro che plaisir!!!! Quanto bene me ne stavo ieri sul divano a fare un benemerito kaiser! Invece no. Ora sto qui a combattere con questo friend del piffero (100 euri tondi tondi!!) che non vuole saperne di incastrarsi in questo cesso di fessura franosa, con i piedi in spalmo e il chiodo prossimo lassù nascosto in mezzo alla nebbia, che non si sa se il chiodo regge il cordino o viceversa…. Del resto devo piazzarlo ‘sto archibugio di friend, ho fatto già almeno 12 metri dall’ultimo chiodo (peraltro brutto e spessorato con un cuneo di legno del millennio scorso).

Più volte mi sono ritrovato in questa situazione. E’ stupefacente come, quando il gioco si fa duro, l’adrenalina riesca a darti una marcia in più (ovviamente sostenuta dalla preparazione e dalla consapevolezza). Non è comprensibile per la stragrande maggioranza delle persone questa sensazione. Pare essere pura follia. E non mi riferisco solo alle persone in generale. Molti, anche legati in qualche modo alla scalata, non riescono a comprendere e condividere appieno il senso di avventura che si ha immergendosi in tali situazioni e la gioia profonda che riescono a infonderti. I ricordi legati all’istante sono come dei fossili nella memoria, non solo come istantanee fotografiche ma anche come sensazioni di tatto, odori, sapori.

Falesia Falconi

Per i più troppi sono i rischi, le incertezze e le fatiche di questo tipo di attività. Più comoda e commerciale la falesia: sveglia comoda, pochi tiri, zaino leggero altre persone con cui condividere la giornata o i commenti, avvicinamento nullo.

Anch’io pratico questa attività la trovo ottima per allenarmi e, perchè no, divertirmi in modo assolutamente ludico….. ma volete mettere trovare una fessura da proteggere ed una via ingaggiata magari dopo aver ravanato per ore in mezzo a zoccoli intricati o ghiaioni faticosi con zaini assurdi, piuttosto che vedere una fila di spit piantati magari dall’alto??

Sulle compatte placche della Torre del Formenton – Occhi d’acqua 7b –

Ecco tutto questo per dire che non mi piacciono le vie plaisir in montagna. Non è nemmeno esclusivamente una questione di etica. Non mi piacciono e basta. Le trovo scialbe, come una donna bella ma stupida. Non rimane nulla dopo averle salite se non il piacere effimero del durante, ma nessun ricordo nel dopo. Vanno bene in caso di maltempo, nei periodi di magra, ma tutto lì. Il desiderio si affievolisce la voglia si allenta e ci si va non con passione e combattività ma per abitudine. E l’abitudine uccide.

C’era una volta?

Colmirano – Tony y Adriana prima libera 8b/b+

 – Non è la fame ma è l’ignoranza che uccide – (cit. Litfiba “Dimmi il nome”)

C’era una volta un po’ di rispetto per i luoghi dove si andava ad arrampicare, o almeno così mi hanno insegnato. 

E’ vero, vengo da una generazione vecchia e antiquata, che è partita arrancando sul quinto grado con un dubbio nut (poco) incastrato in un fessura marcia 15 metri sotto. E sono sopravvissuto anche senza spit o archibugi vari. Ciononostante mi piace molto l’arrampicata sportiva. La trovo un modo piacevole per incrementare le proprie capacità tecnico-fisiche e fare sport all’aria aperta a stretto contatto con la natura.

Buoux – Scalata e natura dominante

Appunto. Non sminuiamo questa ultima frase: ” a stretto contatto con la natura”. Ricordiamo che senza natura non c’è arrampicata e se vogliamo preservarla dobbiamo imparare a considerare di difendere i luoghi dove la pratichiamo.

Non lasciare immondizie è doveroso. A proposito tra le immondizie sono annoverati anche i mozziconi di sigarette, gli spezzoni di corda lisa ed usurata tagliati (usati spesso per allungare i rinvii), ed il nastro che vi togliete dalle dita alla fine della giornata. Tali elementi non vengono mangiati da nessun animale selvatico, non sono invisibili e spesso poco biodegradabili. 

E se anche spazzolate gli appigli ed i segni di magnesio prima di scendere vi renderete utili agli altri utenti. Ma forse degli altri ve ne frega poco/nulla, visto che già provate disinteresse per l’ambiente nel quale trascorrete il vostro tempo libero.

Sperem ben per il futuro. Non vorrei essere costretto a marcire dentro ad un capannone a tirare prese di plastica oppure scalare in pseudo discariche.

 

SICILIA – Arrampicare responsabilmente –

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Vedevo giallo. I miei occhi hanno assorbito per giorni il colore della terra riarsa e del cereale che rendeva

La campagna nei dintorni di Canicattini Bagni (SR)

questa terra “il granaio d’Europa”, tanto che una volta tornato, stentavo a credere che il Monte Grappa che vedo dalle finestre di casa, potesse essere verde.

Al mio rientro sentivo. Anche quando camminavo negli asettici corridoi dell’ufficio o nel cemento nero dei marciapiedi sentivo le spine che mi grattavano la pelle, penetrando fin quasi alla carne. E quando sentivo un rumore mi voltavo, guardando per terra per vedere se qualche serpente o lucertola o ramarro o geco stesse attirando la mia attenzione, ma mi rendevo conto che era semplicemente la vibrazione di un telefono.

Invece non sentivo più i sapori. Laggiù erano troppo forti e decisi per competere. Ma in realtà tutto era forte e deciso.

Non solo strapiombi ma anche placche da schiacciare e tanti tiri di livello 6a/6c – Il curvone –

Il sole che distruggeva i colori e mordeva la pelle. Il vento che sferzava e non faceva quasi sentire i 50 gradi. La roccia che praticamente intonsa ti grattugiava la pelle e demoliva le scarpette (per fortuna che c’è Mauro!!).

Ricordavo i contrasti. La costa fatta di città cresciute rapidamente, densamente abitata, sfruttata, imbruttita dall’incuria dell’uomo ed i lembi di sabbia digradanti in un mare limpidissimo.

Cavadonna

E poi l’entroterra sovente cosparso di cumuli di rifiuti giacenti in qualsiasi piazzale in prossimità delle principali arterie, ed intere vallate allo stato primordiale, inondate di natura e fiumi cristallini pieni di pesci. Tali ambienti rendevano ancora reale la sensazione di scoperta.

Persone. Ho conosciuto gente talmente generosa e di buon cuore che a stento credo possa esistere una cultura così aperta. L’anziano pastore senza denti legatissimo alla sua terra e alle sue vacche che trattava come figlie. Emanuele, gentilissimo proprietario dell’appartamento che ci ha riempito di ogni sorta di frutta del suo giardino. Gli sparuti arrampicatori incontrati, innamorati delle loro falesie e pronti a darti qualsiasi informazione. Tutte le persone incontrate anche di striscio che sorridevano, salutavano, scambiavano due parole. Caratteri aperti e solari. Difficile pensare che in questa terra “Cosa nostra” domini spregiudicatamente la quotidianità con omicidi e ogni sorta di angherie. Difficile qui non pensare a Falcone e Borsellino.

Pareti. Ad oltranza. Canyon infiniti scavati nei millenni da acque cristalline su cui precipitano pareti incredibili dai nomi arcaici: Cavagrande, Cavadonna, Pandora, Pantalica (zona protetta dall’UNESCO), Cavacontessa, Contralfano, antro dell’Eco, UmpaLumpa, Gole della Stretta. Un giorno un ragazzo della zona mi disse candidamente che ci sono più falesie chiodate che arrampicatori nella regione. Penso di non errare dicendo che la zona di Canicattini Bagni (SR) ed il Ragusano vedono sfruttato il 30 per cento delle potenzialità. Pareti verticali, strapiombanti, grotte, canne, tacche, continuità, boulder e chi più ne ha più ne metta.

Alta circa 50 metri, attende ancora la valorizzazione ed è solo una delle tante!!

Andate in Sicilia per chi ha voglia di avventura e di scoprire questi luoghi straordinari, ricchi di fascino, storia, cultura millenaria, ottima cucina, ambienti mozzafiato. Andateci con criterio e responsabilmente. Senza pregiudizi, ma senza scordare l’altro lato della medaglia: coste a tratti rovinate dalle raffinerie e dagli oleodotti, immobilismo e mancanza di manutenzione, cantieri aperti da decenni, parcheggiatori abusivi, disoccupazione e, su tutto, l’ombra oscura della malavita organizzata che incombe latente soprattutto nelle città di maggiori dimensioni.

Alcuni consigli per l’uso:

Volo da Treviso per Catania con Ryanair ( vi sconsiglio le feste ed i ponti in quanto i costi aumentano esponenzialmente); noleggio auto (vi consiglio di annullare la franchigia visto come guidano ed i problemi legati ai furti). Noi abbiamo affittato un appartamento qui , il proprietario è Emanuele, persona molto cortese e disponibilissima, appartamenti da 4/5 posti nuovi, curati e bellissimi con tutto il necessario. La location di Canicattini è preferibile in quanto centrale, molto comoda alle falesie che distano da 10 a 25 minuti di auto. Per il ragusano tenete conto circa 45 minuti/un’ora. Per il mare circa 10 minuti di auto. In 20 minuti siete a Noto, giusto per dare idea della vostra posizione.

Periodo ideale è l’inverno, ossia da Dicembre a Marzo. Noi siamo andati ad inizio Giugno, ma scalando solo al mattino all’ombra, in quanto al sole le temperatura superavano tranquillamente i 40 gradi (senza però un filo di umidità).

Antro dell’eco

La chiodatura delle falesie e la gradazione non sono quelle di Kalymnos; i tiri sono generalmente boulderosi nelle placche e di resistenza nelle grotte. Guardate SEMPRE lo stato della chiodatura in quanto ho spesso riscontrato l’utilizzo di materiali diversi con formazione di pesanti residui di ruggine a causa della poca distanza dal mare (leggi qui). Purtroppo spesso trovate dei fissi in condizioni vergognose con moschettoni che non aprono o chiudono (leggi qui) . Non guasta avere con sé una chiave per tirare alcuni tasselli (ne ho trovati molti di aperti). Considerate inoltre che alle soste posizionano la maglia rapida (quasi mai testata) ed è chiusa con le mani per poter essere aperta e passare la corda (!!!!!). A mio parere questa abitudine è da limitare più possibile in quanto il continuo aprire e chiudere maschio e femmina causa laschi e frequenti microfratture nei filetti (ribadisco che spesso si tratta di materiale non testato).

Per fortuna che c’è Mauro Grip Wildclimb…… roccia grattugia!!

Per il resto, le falesie sono inserite in ambienti di pregevole bellezza ambientale, con roccia super, poco usurata dai passaggi.

Questo angolo di Sicilia vale sicuramente il viaggio!!