Non mi piace vincere facile

 – Uomini, senza anima, la poesia è morta ormai. Musica fiori di plastica, Morirò. Mi manca l’aria (Timoria, Mi manca l’aria) –

Riparto dal chiodo. Appiglio buono, bidito spallato, piede in spalmo, altro bidito (azz, perchè ho le dita così grosse!!), alzo il baricentro, prendo la svasa di sinistro e la accoppio. Guardo il piede destro schiacciato sul nulla e mi chiedo come faccia a star su. 

Tutto il corpo è in tensione. Un piccolo movimento dinamico e cado dentro ad un appiglio che sembra non esserci. Sto su solo per attrito della pelle. Raccolgo le forze e cerco di arrivare alla presa buona. Il piede, che finora aveva dato il 200% delle sue potenzialità, non regge e mi ritrovo appeso 5 metri sotto al chiodo. La mano sinistra sanguina, lo spirito è ferito. Aspetto un po’ lassù penzoloni a 300 metri da terra, come se tutto fosse normale.

Ora tutto me è lì, in questi 3 metri. Non esiste altro. 

Siamo io e la mia storia, il mio background. Guardo in alto, la parete si abbatte e la via è sostanzialmente finita. Non bastasse la relazione a dirmelo, è sufficiente guardare su. Mi viene la storica frase di Messner: “solo quei 4 metri” e capisco cosa voleva dire. Ti ho sempre stimato Messner ma anche profondamente odiato.

Richiamo sull’attenti il socio in sosta, che dopo aver fatto il tifo per me e pregato perché il chiodo trattenesse la mia capovolta (mentre io in volo imprecavo!), si era trastullato ad aggiungere un friend in sosta….. Riprovo ancora e poi ancora e ancora una volta. Senza successo. La mano è un impasto di sangue e magnesite. Guardo con attenzione i due buchetti. Invito il compagno a calarmi in sosta.

protezioni veloci sullo spigolo della melodia

Tolgo le scarpe e mi siedo a riflettere guardandone le suole, come a cercare un conforto che, ovviamente, non ottengo. Francamente ho portato ciò che serve per proteggersi e non per progredire. Se non riesco ad andare in libera dove sono andati gli apritori semplicemente non merito la salita. Dispiace che quel buchetto porti i segni del passaggio di molti cliff. Dispiace che ci sia ancora molta gente per cui l’etica sia meno importante del curriculum. Davvero dispiace. Ma del resto è lo specchio della attuale società dove il “ti piace vincere facile” è un modus vivendi e non solo uno spot televisivo.

Un altro inutile, disperato tentativo. Gettiamo le corde nel vuoto pronti a scendere. E’ stata comunque una grande avventura. Ho perso (almeno per oggi), ma ho giocato e lottato ad armi pari. 

NEVE

Salendo al Guslon

Avete presente la voglia…. quella con la ENNE maiuscola. Quella che vi fa dire costi quel che costi ci provo. Ecco, proprio quella. Ma questa volta, la voglia purtroppo non è saziabile, almeno non lo è allo status quo. Manca la materia prima. Ma come è pieno inverno, ce n’è ovunque…. tranne che dove ci deve essere. E non è cosa da poco, al di là della voglia irrefrenabile!! Tutt’altro, non è solo un problema ma un vero e proprio danno i cui effetti potrebbero diventare rilevanti in primavera e in estate.

Curve nel cuore delle Piccole Dolomiti: un ricordo lontano…..per ora!

Inutile guardare i vari siti che ci attirano con mirabolanti perturbazioni artiche. Inutile verificare ologrammi e mappe delle correnti, assolutamente irrilevante fare le medie ponderate dei vari meteo ai quali ci siamo collegati. Non viene giù nulla. Nemmeno un fioccherello misero. Però una cosa si può fare. Si può, con pazienza ascoltare qualche vecchio abitante dei monti che, senza guardare nè tv, nè smartphone, nè tablet, volgerà l’occhio in alto e dirà (o predirà) con sorriso beffardo: la luna. Comanda tutto. E a Voi non resta che, con la bava sospesa, immaginare il rumore delle vostre tavole lucide e tiratissime che addentano il succulento manto bianco alzando nuvole di powder mentre, con gli occhi lucidi guardate le pelli arrotolate e ancora asciutte e vi attaccate, sconsolati, al vostro trave.

PASSATO REMOTO – storia di una Valle che fu –

“Il passato remoto è un tempo verbale dell’indicativo e si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, concluso e senza legami di nessun tipo con il presente; la lontananza è di carattere sia cronologico, sia psicologico” (Treccani).

Fu una mattina piuttosto grigia di qualche anno fa che giungemmo a Col di Prà. Il meteo garantì precipitazioni dal primo pomeriggio e, considerato il nostro allenamento, prevedemmo di effettuare il nostro giro all’interno di questo lasco di tempo.

La cosa non andò propriamente così.

Fu già piuttosto difficoltoso trovare il sentiero di accesso per la nostra meta: la forcella dell’Orsa risalendo il Vallone d’Angheraz.

La segnaletica si presentò piuttosto malconcia e soggetta all’usura del tempo ed il sentiero era piuttosto malmesso, pareva che da qualche anno nessuno ci mettesse piede (del resto 1500 mt di dislivello possono dar fastidio), pur essendo tracciato nel cuore delle Dolomiti.

La prima parte procedette piuttosto pianeggiante e, nell’attesa di trovare il bivacco Dordei (ma dov’era finito?), giungemmo sotto al sentiero attrezzato del Dottor: quattro cavi semi divelti che superavano uno sperone roccioso.

Il sentiero del Dottor

Per fortuna ce la cavammo più che dignitosamente con l’arrampicata (!!!). Furono le 8 quando giungemmo nella zona dei catini, camminammo a passo sostenuto ma gli avvallamenti si susseguirono frammezzati da brevi passaggi rocciosi e le nubi diventarono minacciose. Fummo avvolti dalle nebbie in un paesaggio grandioso e spettrale dove pareti lontane si mostrarono per essere nuovamente inghiottite. Iniziò a piovigginare. Il passo se possibile accelerò ancora, fummo sull’orlo della corsa. Un ultimo strappo (ma non doveva esserci un’altro cavo?) ci condusse in forcella. Freddo e pioggia gelida.

Brevi cenge esposte e tratti di facile arrampicata uniscono i catini

Breve discesa e risalimmo al passo Canali. Questo tratto lo conoscevo bene per averlo già percorso in passato. Il più era fatto. Iniziava la discesa nuovamente ignota. Diluvio universale. Le pareti erano inondate di acqua e lo spettacolo era indimenticabile. Eravamo soli, in una terra di nessuno, su di un sentiero che non facevano che i cacciatori di camosci. Ci fiondammo giù a scapicollo per la cosiddetta

La tromba del Miel

 Tromba del Miel, un vallone immenso che divenne, dopo un paio di lunghi traversi, una esile riga marrone coperta di fogliame dentro un bosco infinito di faggi e latifoglie. Una marea di tornanti con lunghi traversi che non fecero perdere quota. E intanto il diluvio continuò. Non resistette un lembo di pelle asciutto, alla faccia del goretex! Giungemmo in auto dopo 9 ore di cammino delle quali 7 sotto alla pioggia. Distrutti, infreddoliti ma soddisfatti: non incontrammo nessuno lungo tutto il percorso. Fummo pronti a rituffarci nel traffico tentacolare di Ferragosto.

Fu una mattina di qualche mese fa quando vidi le immagini della Valle di San Lucano sconvolta da un incendio di immani proporzioni che ne cancellò i connotati. La sola cosa che mi venne da dire, con il nodo alla gola, fu: “Com’è beffardo il destino”.

FALSA DEMOCRAZIA

Alcuni giorni fa, leggendo un articolo pubblicato in un noto quotidiano on line, esterrefatto vidi le immagini di una nota blogger che urlava estasiata durante un volo in elicottero sopra le Dolomiti. Già, le Dolomiti. Il patrimonio dell’Unesco che forse la famosa Signora, che dispone di denaro idiota, con difficoltà riuscirebbe a dislocare su di un mappamondo. Le Dolomiti con tutti i loro problemi di inquinamento e di sovraffollamento per due mesi all’anno e di spopolamento e difficoltà per gli altri dieci; le Dolomiti causa di “stragi” di alpinisti che non hanno nulla di meglio da fare che andarsi a cacciare nelle rogne. Le Dolomiti che fanno parlare di sé per un mese all’anno salvo poi cadere nell’oblio per altri undici; le Dolomiti croce e delizia del Veneto la cui montagna è in abbandono ma che a tutti i costi desidera gli incassi della Marmolada;

Immagini dell’alluvione che ha colpito le Dolomiti

le Dolomiti e il loro popolo che in brevissimo tempo, senza piangersi addosso, ha fatto fronte ad una calamità naturale senza precedenti; le Dolomiti il cui accesso non è negato a nessuno attraverso strade a pedaggio, parcheggi a pagamento, costosi impianti di risalita e oggi anche (sigh) elicotteri turistici. Le Dolomiti ingabbiate anche loro nel contesto consumistico e di falsa democrazia: la democrazia del denaro.

Pale di San Martino – Dolomiti

MENTRE ANNA DORME

Inserisco la batteria ed accendo la frontale. Scendo dall’auto. Freddo porco. Le sei del mattino. Domenica. Serro gli scarponi. Prendo le picche. Verifico di avere la giacca a vento e il succo di Pompelmo. Cristo ma cosa se ne fa uno del succo di pompelmo a -12! Mi fermo a fissare le lame delle picche. Alla luce della pila hanno una bella sagoma. Inizio la mia giornata. Un automa che vaga nei boschi alla luce della pila. Inciampo sovente. Sella dei Cotorni.

L’alba

Il couloir

Guardo giù. All’orizzonte il sole fiammeggia sopra la Pianura dormiente. Sono in cima ad un ingorgo immenso di macigni in bilico. E’ il bacino del Rotolon. Quello marrone che si vede fin da casa mia. Quello che insidia i paesi sotto con rischio di franare ad ogni alluvione. Pianegggiando il sentiero si incunea tra le pieghe della montagna. Due salite tra i mughi. Un traverso finale. Calzo i ramponi. Il sole acceca le cime 500 metri sopra di me. Devo fare presto. Tra poco potrebbe iniziare a scaricare. Impugno le mie spade dentate. Mi vedo come un cavaliere medioevale. Salgo veloce. Diventa più erto. Peccato che la gamba non sia mai abbastanza tonica. Il respiro diventa pesante. Soffio. Scruto ogni metro di terreno. Allarmo tutti i sensi. Una lastra di roccia con sopra neve inconsistente richiede decisione. Lascio il solco principale. Miro alla forcella a sinistra. La scavalco. Scendo 10 metri. Eccolo. Il couloir. A sinistra placca delicata con rigole di ghiaccio. A destra rocce rotte e ripide. In mezzo una fessura incrostata. Neve inconsistente, sentenzio. Lo peso. Inizio a salire. Dapprima velocissimo. Poi rallento. La pendenza aumenta. 80°. Almeno -15°. Ma non percepisco nè l’una nè l’altro. Concentro tutto sui quattro arti e le loro protesi metalliche. E’ la soluzione.

Uscita dalle difficoltà

L’unica. Un passo ostico. Saggio il terreno. Cerco un aggancio. Incastro il piede. Poco elegante. Efficace sicuramente. Un movimento delicatissimo. Rocce marce e placche ghiacciate. Il punto di non ritorno. Il rampone stride contro la roccia. Scende. Si assesta. L’adrenalina inebria. La pendenza cala. Gli ultimi metri. Ancora un passo ostico. Lo bevo. Domino la valle in piena spaccata. Allungo il braccio. Come una gru. Pianto la becca. Entra fino al manico. E’ una zolla di erba ghiacciata. Perfetta. Sono eretto. La cima lassù. A pochi metri. E’ un tramite. Un punto. Un passaggio obbligato per scendere. E’ l’avventura che conta. Trangugio il mio pompelmo ghiacciato. Aria glaciale. Un guanto vola giù. Imprecazioni che si sprecano. Inghiottito per sempre. Meglio lui che io. Il cielo si stria di nuvole scure. Sono le 9. Peccato che le gambe non siano mai abbastanza toniche.

IL FEDELISSIMO DEL CCCP

 – Una formalità o una questione di qualità –

(CCCP, “Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi del raggiungimento della maggiore età”)

Oltre vent’anni or sono, quando iniziai ad arrampicare, circolavano misere informazioni orali tramandate, che davano scarne informazioni sui luoghi di scalata della nostra zona (falesie del Grappa e del canale del Brenta)  oppure fogli scritti a penna tali da consentirci di definire questo stile di divulgazione (quasi) apocrifo. Le falesie erano peraltro poche rispetto a quelle odierne ed i chiodatori (nonché i frequentatori, che spesso coincidevano) erano ruvidi, tosti ed arcigni, sovente sfuggenti: gente dalla quale mi tenevo alla larga, figuriamoci poi a chiedere loro informazioni!

Fu così che dovetti armarmi di pazienza e buona volontà, per poter togliermi dalla noia dei soliti tiri e dell’unica falesia consentita ai “caiani”: la Valle Santa Felicita.

La copertina della guida alle “falesie del Grappa”

La strategia fu, a dire il vero, abbastanza semplice ed anche baciata dalla buona sorte. In primis lasciai il CAI e poi, dato che avevo bisogno di un po’ di materiale nuovo per scalare, mi recai ad effettuare acquisti dal buon Davide. Entrato nel negozio cosa ti trovo sopra al bancone? Nooooo!!! Una “guida” di arrampicata “falesie del Grappa”. Mi brillarono gli occhi. Non guardai nemmeno il prezzo e gli dissi di darmene una copia, dimenticando che mi ero recato presso di lui per comprare del materiale nuovo. Sgusciai fuori dal negozio e puntai l’auto in direzione Nord. La guida era un fantastico ed essenziale surrogato arrampicatorio underground, composto da due anelli di lamiera di pessima qualità che tenevano assieme una ventina di pagine fotocopiate contenute all’interno di piccoli fogli trasparenti di dimensioni circa 10×15.

Costalunga partenza del tiro “I fedelissimi del CCCP”

La Curva, Palù, Costalunga, CampoSolagna, Colmirano, San Liberale, un mondo nuovo a mia disposizione. Nessuna copertina se non uno schizzo del Massiccio del Grappa fatto a mano libera, i nomi degli autori (il famigerato CCCP con l’aggiunta di Gianluca Bellin e di Emanuele Pellizzari) ed una pubblicità illeggibile in basso a destra. Ogni pagina una falesia e miseri dati per raggiungerla. Nessuna foto, nessuno schizzo, nessuna storia, nessuna introduzione di sapientoni vari. Solo un elenco di nomi e gradi. La prima volta che la lasciai al sole le pagine si incollarono ai contenitori di plastica e divennero un tutt’uno, ma a me poco importava. La guida trasudava socialismo nella sua essenza minimalista: niente case editrici, copyright assente, distribuzione in stile carbonaro per passaparola o conoscenza, sembrava non avere nemmeno scopo divulgativo: diciamo che mi ero fatto l’idea che la sua pubblicazione, se di pubblicazione possiamo parlare, avesse l’intento di racimolare qualche euro tra gli amici che già frequentavano i luoghi per dare sfogo alla ricerca di altri terrritori arrampicabili. Nulla di cui eccepire. Anzi l’intento era altissimo.

Val Frenzela – appena passato il chiave di “Bananita”

Rimane il fatto concreto che, anche la guida ufficiale che uscì molti anni dopo, non fu per me così preziosa come quella che ancora mi trovo a rigirare tra le mani. Non so esattamente perché, ma è così. Nuove falesie si sono aggiunte: Gusela, Val Frenzela, Playa Ghiron, Foza, Marcesina, Havana, Incino, e altre di nuovissime sono sorte: Farmacia, Grotta, Campolongo,  Godeluna mentre barbe e capelli degli esploratori della prima guardia si sono ingrigite, lasciando spazio ad una nuova generazione di giovani, più attenta alle esigenze dei frequentatori e all’imprinting commerciale del mondo verticale e meno restia alla divulgazione. Forse per questo rimango un nostalgico dei fedelissimi del CCCP.   

Pasqua con il lupo

Da giorni non faccio che incontrare quegli occhi. Mi accompagna sempre quello sguardo, incurante dei miei pensieri reali del momento o del luogo dove mi trovo. Se anche sono trascorsi quasi 20 giorni, quando la mente è libera, mi imbatto in quel cadavere enorme completamente sventrato. Quasi sento gli ululati del branco e lo vedo chino a banchettare.         Prima, appena iniziai la salita quella spettacolare coppia di cervi era scappata lassù nel bosco, impaurita dalla mia presenza in quell’alba grigia e nevosa. Celati tra gli abeti ed i larici la schiera di occhi gialli come il fuoco, ma gelidi e penetranti avevano già progettato tutto: i cervi non sapevano che non ero io il pericolo. Poi, improvvisamente, dopo aver battuto traccia con gli sci nella neve fresca per oltre mezz’ora, una serie di impronte talmente fitta da essere irriconoscibili. Non il solito camoscio o la lepre di turno. Ascoltai il silenzio glaciale intorno mentre qualche fiocco riempiva l’aria. Un brivido mi attraversò la schiena madida di sudore per la fatica. Ebbi la percezione di essere osservato. Uno sguardo astuto, scrutatore, un timore ancestrale mi pervase. Mi fermai. Pensai, ma forse in mezzo alla natura più che pensare bisogna lasciare agire i sensi. E allora guardai. Lasciai che lo sguardo aprisse l’orizzonte oltre alla punta degli sci e, nel candore della neve, una piccola pozza di sangue alimentata da un rivolo che scendeva da un piccolo pianoro un metro sopra. Affannato salii sul pianoro e mi imbattei nel cadavere sventrato del cervo. Sconcerto. Silenzio. Stupore. Nemmeno il tempo di un’A. Non so perché ma alzai la testa e vedi LUI. Straordinario. Imperscrutabile dietro ai suoi occhi gialli, ricoperto dal pelo folto e grigio, il muso ancora imbrattato di sangue e neve. Fu come un lampo che nella notte nera illumina il paesaggio per poi farlo cadere nuovamente nell’oscurità. Un momento che non dimenticherò mai. L’incontro tra l’uomo e il lupo non si può spiegare. E’ il cacciatore che incontra la preda senza sapere a chi spetterà il ruolo di attaccare e a chi quello di fuggire.  

Punti di vista: montagne di oggi montagne di ieri

Freddo cane stamattina. Al solo pensiero di spegnere l’auto e calzare gli scarponi da sci mi viene voglia di andarmi a nascondere in un bar, farmi consegnare 2 brioches ed un cappuccino bollente…. ma so che questo mi priverebbe di una stupenda giornata in montagna. Due misere dita di neve, poi nel bosco il nulla. Tolgo gli sci e con passo rapido, cercando di evitare il ghiaccio, salgo silenzioso, mentre il sangue inizia ad irrorare per bene il corpo e a scaldare il motore.

Mauro Furini – Il fragore di un istante –

Accidenti al nemico ed al capitano. Guarda te se un plotone di poche unità deve, in pieno inverno, perlustrare queste valli remote per andare in avanscoperta. Saranno 15 gradi sottozero e noi prima dell’alba dobbiamo lasciare il nostro giaciglio ed il fuoco. Solo tracce di lepri e volpi e poi questi scarponi di cartone che, solo a guardare la neve, diventano di marmo.

Finalmente la neve, calzo gli sci, impugno le racchette ed inizio a battere traccia. Mi alzo veloce mentre il sole inizia la sua opera di diffusione di luce e calore e gli sbuffi del fiato si materializzano in una nebbia fitta dinnanzi al mio viso. Scorgo già la malga lassù, ed in breve, seguendo le impronte di un qualche indefinito animale arrivo nei suoi pressi.

Tratto dalla locandina della mostra “Paolo Monelli”

Dobbiamo procedere con circospezione, le imboscate sono all’ordine del giorno e non vorrei mai finire i miei giorni in mezzo ad un bosco colpito durante una perlustrazione. Sgrido i miei compagni che ad ogni scivolone imprecano e gridano. Dobbiamo essere silenziosi! Già, silenziosi, ma come si fa quando il gelo ti fa battere i denti come delle nacchere argentine. Proseguiamo mentre il manto di neve inizia a diventare consistente. Ad una radura scorgiamo un manufatto, forse una casara. Non esce fumo dal camino, sarà stata abbandonata prima che inizi guerra. Saliamo lassù affondando nella neve fino alla cintola. Siamo fradici e infreddoliti e, appena arrivati, apriamo la porta per vedere se troviamo qualcosa di interessante. Nulla nè cibo, nè alcool. Di accendere il fuoco non se ne parla nemmeno. Se il nemico lo vedesse si insospettirebbe.

Pensare di farlo cent’anni fa, senza alcuna attrezzatura……

Alzo un po’ il tacco dello sci, tolgo la giacca a vento mentre il vallone che conduce alla forcella si fa ripido. Mi è sempre piaciuto essere il primo e lasciare la mia traccia sulla neve. Mi da una sensazione di scoperta e di gioia. E’ poi meraviglioso vedere, mentre si sale, l’orizzonte al di là della forcella che si apre e concretizza la tua curiosità mostrandoti “l’altra parte” di mondo e sentire il vento che ti sferza il viso quando la raggiungi, mentre vieni inondato dal sole che già invade il lato opposto del vallone.

Ora la situazione diventa, se possibile, ancora più difficile. Non solo il pericolo della morte bianca, la pista da battere, ora siamo anche allo scoperto. Nessun albero in vista, solo neve candida ed il solito freddo che attanaglia i muscoli e le ossa. I pantaloni sembrano di cemento e le barbe dei miei amici sono candelotti di ghiaccio. Certo essere vestiti di scuro non aiuta a mimetizzarsi nell’inverno montano, certo i fucili ed il mitragliatore non agevolano il procedere veloce in un metro abbondante di neve. Ma gli ordini sono questi e dobbiamo raggiungere la forcella dinnanzi a noi e la cima alla sua destra. Ha detto il capitano che è un avamposto di enorme importanza strategica e che noi siamo gli apripista. E allora avanti. Malgrado tutto, forza ragazzi avanti!

Dalla forcella ancora duecento metri di dislivello e poi tolgo gli sci. La cima si erge splendida davanti a me. Roccia e neve, una piramide, canalini ripidi alternati a brevi passaggi di secondo grado, il freddo del mattino è oramai un ricordo e prevale l’euforico stato che solo la cima riesce a generare. Pochi passi ancora e la calco. Una cima bellissima, senza croce nè elementi che richiamino la presenza dell’uomo, stretta, appuntita, centrale con un panorama infinito. Un goccio di tè, un biscotto…..

La fatica si mescola alla paura e devo più volte rincuorare e incitare gli sparuti uomini del mio plotone. La neve da farinosa diventa crostosa e pare reggere il peso per poi farti sprofondare improvvisamente. Bestemmie ed imprecazioni. Il procedere è lento, macchinoso, si contano i passi e si spera che non cadano valanghe provocate dal nostro stesso peso. Due passi avanti ed uno indietro, pensando che anche questo avrà fine, anche la guerra finirà e potremo starcene al caldo…. l’incedere diventa un’odissea ma la forcella si percepisce lì, ad un passo da noi. Ordino ai miei compagni di fermarsi, non sapendo cosa ci aspetta lassù. La neve, ora durissima, si scalfisce appena con le piccozze di legno e cerco i sassi affioranti per poter procedere. Quassù non c’è nulla. Solo sassi e montagne a perdita d’occhio. Mi raggiungono gli uomini del plotone. Tre di loro si fermano in forcella ed erigono un piccolo riparo dal vento con le pietre e nascondono la mitragliatrice per i commilitoni ai quali abbiamo aperto la strada. Io ed un altro compagno saliamo faticosamente e non senza rischi fino in cima. Siamo stremati. Alloggiamo alla buona la bandiera. Nulla da mangiare nè da bere. L’acqua si è ghiacciata sulle borracce e non vediamo l’ora di scendere a valle.

Finalmente calzo gli sci in versione discesa e, curva dopo curva su una neve da sogno, torno alla malga, voltandomi a guardare i ricami lasciati nella neve. Tornare poi al sentiero ed infine all’auto è pura routine. Sono soddisfatto della fantastica giornata trascorsa in montagna.

foto tratta dalla locandina di “Fiemme nella prima guerra mondiale”

Più che una discesa la nostra è una corsa contro il buio e contro il gelo che, se ci sorprendesse fuori, nelle condizioni in cui siamo, trasformerebbe la discesa nella nostra tomba. Rotoliamo e ci lasciamo cadere sfiniti prima giù per il pendio e poi nel vallone che ci porta, tra enormi fatiche, fino al sentiero che con il buio di una notte senza luna ci permette di rientrare alle cascine. Oramai è notte, ma almeno qui riusciamo ad accenderci un fuoco, sgelare l’acqua e riscaldarci. Siamo vivi.

L’idea del racconto è nata durante i miei solitari pellegrinaggi con gli sci nei Lagorai dove non potevo non pensare a quanto accaduto in questi luoghi cent’anni or sono, e dalla lettura di questo breve resoconto di  guerra in Val Campelle:

http://www.valcampelle.com/home/percorsi-della-memoria/

e di questo lungo scritto reperito nel web:

http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Una%20sentinella%20austriaca%20sui%20Lagorai.pdf

Metodo del campione del mondo by DINO LAGNI

Sull’onda del successo avuto riportando in auge, qualche tempo fa, il famoso “metodo Andrada” http://spazivuoti.altervista.org/programma-di-allenamento-al-trave-per-la-resistenza-daniel-andrada/ , vi vorrei proporre quanto ritrovato nel web in merito ad un’altra metodologia di allenamento adatta per chi si vuole lanciare nel mondo della ghisa ma ha poco tempo disponibile: potremmo chiamarlo “Metodo Dino” o meglio “metodo del campione del mondo” da come noi definiamo orgogliosamente il nostro amico.  http://www.planetmountain.com/it/notizie/interviste/dino-lagni-arrampicare-da-world-champion.html

Tale metodologia di allenamento scinde una sessione dedicata alla forza da una dedicata alla resistenza, cosicchè potrete ogni sera sfogarvi e dedicare mezz’oretta di tempo al Vostro secondo lavoro: la produzione di ghisa. Il sistema ben si addice a chi, oltre a disporre di esigue quantità di tempo, non è dotato nemmeno di particolari attrezzature, se non una piccola trave o qualche lista attaccata allo stipite di una porta.

Vi fornisco solo alcune raccomandazioni: 1) Occhio ai gomiti, come sempre 2) fate un buon riscaldamento prima e se vi infortunate facendo gli esercizi sono problemi vostri, vi avevo avvertito di stare attenti! 3) Se vi sembra troppo “easy” potete sempre crearvi voi nuove combinazioni 4) Il funzionamento degli allenamenti dipende sempre dalla Vostra volontà di sacrificio

Bene, adesso è il momento di iniziare, alzate il volume della musica a palla e “dai deso”!

Tabella di resistenza:

a) 2 minuti di riscaldamento (aprire e chiudere le mani velocemente, saltelli, roteare le braccia…)

b) Sul trave, sullo stipite di una porta (arrotondato con della carta vetrata), su una sbarra ecc..: fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
fate la metà del massimo delle trazioni che riuscite a fare
3 minuti di recupero
che sintetizzato in una formula sarebbe 50%x4 3′ recupero

c) …poi sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero
sospendete a braccia distese l’80% del tempo massimo che riuscite a sospendere
2′ recupero

che sintetizzato in una formula sarebbe 80%x4 2′ recupero

Tabella di forza:

a) 2 minuti di riscaldamento (aprire e chiudere le mani velocemente, saltelli, roteare le braccia…)

b) Sul trave, sullo stipite di una porta (arrotondato con della carta vetrata), su una sbarra ecc..: 25% del massimo delle trazioni che riuscite a fare
2′ recupero
25% del massimo delle trazioni che riuscite a fare
2′ recupero
…in formula 25%x2 2′ recupero

c) Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso ) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
Fate un massimo di tre trazioni con un braccio aiutandovi con una scopa nell’altra mano (la trazione deve essere fatta completa: da braccio completamente disteso fino a completamente chiuso ) cambiate subito braccio e fate altre tre trazioni.
3′ recupero
… in formula 100% per braccio x3 3′ recupero

d) Sempre con un braccio e aiutandovi con scopa, dosate la pressione sulla scopa per resistere al massimo 10” sospendendo sulla presa, cambiate subito braccio e sospendete altri 10” poi 1′ di recupero

10” per braccio x10 1′ recupero

covolo – Balla coi lupi –

Non preoccupatevi se le vostre prestazioni durante l’allenamento caleranno, è perfettamente normale e necessario per progredire, se poi qualche giorno vi sentiste particolarmente tonici, riprovate i vostri massimali: il massimo delle trazioni e il massimo tempo di sospensione e segnatele nella vostra agenda per poterle analizzare a distanza di tempo.

Molto importante è variare le prese su cui eseguire gli esercizi, se avete un trave usate sia svasi che tacche e queste ultime usatele sia con il pollice che senza. Chiaramente per ogni presa e per ogni modo in cui viene usata ( con pollice o senza, tenendo le dita distese o arcuate ) deve prima essere calcolato il massimale di trazioni e di sospensione da applicare poi alle tabelle. Sarebbe buona norma variare il tipo di prese anche all’interno di uno stesso esercizio.

Un’ultima cosa, non usate prese particolarmente piccole e non tentate di rimanere appesi a dita distese sfruttando le ultime falangi incastrate sul bordo, è facile farsi male e vanificare mesi di allenamento !!!!

That’all folks!!

Lagni Dino (atleta del A.S. “El Maneton” http://www.elmaneton.com/_v5/default.php )

L’ignaro precursore del “Nuovo mattino”

Mi piace molto leggere. Qualsiasi tipo di letture, qualunque genere letterario, di qualsiasi levatura. Scartabellando tra le varie foggie di libri della mia biblioteca mi imbatto in questo bellissimo brano di Carlo Emilio Gadda che parla di Alpinismo. Mai avrei pensato di scoprire il precursore di una tendenza che cambierà per sempre il modo di “fare alpinismo”. Gaddda è famoso, al grande pubblico, soprattutto per il libro ” Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, per la sua capacità di calarsi a parlare della gente comune con il linguaggio proprio della gente comune.

Per quanto riguarda questo breve esercizio di scrittura, trovo alcune annotazioni veramente sarcastiche e premonitrici di quel successivo movimento che si chiamerà “Nuovo mattino”. Molte infatti sono le analogie con il celebre scritto di Paolo Masa intitolato “neo alpinista” ed uscito nel “Lo scarpone” del 1979.

Alla ricerca della via – Signal – Monte Rosa

L’alpinismo è oggi il libero esercizio, direi il volontariato, d’un insieme di elevate facoltà fisiche e psichiche. Uno spirito di indagine eroica, un desiderio di liberazione dall’opportunità mediocre del giorno, una evasione verso la pura energia: e, insieme, l’insegnamento della realtà, la pratica, la grammatica. L’alpinista, al mattino, parte da una verità scheggiata del monte per arrivare a liberarsi del comfort. Egli cerca, egli inventa i suoi pericolosi itinerari, li ritrova di continuo sulla parete o sul ghiacciaio con laboriosa fiducia, con la paziente e impavida risolutezza dell’anima, con la destrezza dell’erudito polpastrello: avendo sotto di sé in ogni istante la spalancata bocca di un mostro, cioè il campo gravitazionale che vorrebbe inghiottirlo, succhiarlo in profondo. È la chiamata dell’abisso. La sua compattezza fisica, la sua consapevolezza, il discernimento, il chiaro volere, resistono alla vertigine che è il retaggio dei nervosi, dei preoccupati. Le fatiche alpinistiche e le visioni immense delle Alpi si sono oggi «organizzate» in associazioni di uomini, in corporazioni di mestiere: libero e disinteressato, il lento tirocinio si tramuta oggi in un tecnicismo provetto. Un siffatto mestiere ha il suo solo compenso nell’orgoglio, nel superamento dell’ostacolo: e in un grande sogno di paese. L’oscuro mugliare del fiume, nella valle, e, ad alto, le vette già emerse nel sole; il sentiero, itinerante nel monte; la selva, l’affocato ghiaieto, lo strapiombo, il bianco splendore o le lividure azzurre del ghiacciaio. La mutazione repentina di veduta da luce ad ombra, da un versante all’altro. I provetti, i maestri, disdegnano queste romanticherie; come in ogni impegno profondo, il gusto del mestiere, la passione dell’arte, le questioni tecniche, la pratica, vincono il richiamo stesso della finalità. Il fine non è nulla, i mezzi e la disciplina sono tutto. L’importante è aver eseguito la scalata, quello che di lassù ho veduto non conta. Neppure l’ho veduto. De Saussure, Humboldt! Dei romanticoni a passeggio! Ciò non toglie tuttavia che potenti affetti colleghino al monte e al paesaggio l’alpinista, l’alpino [Carlo Emilio Gadda, L’alpinismo, in Aa.Vv., Giucchi e Sports, Torino, ERI, s.d. (ma 1951)]”.

I primi tiri sulla Ovest – Via Cassin

Consentitemi una breve riflessione. Cinquantasei anni dopo, il cambiamento dei tempi e la trasformazione radicale dell’attività verticale, fanno pensare a sostanziali mutamenti negli atteggiamenti, tuttavia mi stupisco come per molti permanga ancora quel senso di superiorità da parte degli alpinisti/arrampicatori nei confronti “degli altri”. Quasi una sorta di superomismo dannunziano. Sarà, ma, per quanto mi riguarda, mi considero solo un fortunato che ha potuto scegliere di cercare la propria libertà tra gli spazi verticali.